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Storie
Ci vuole un pizzico di follia per dare vita a prodotti e servizi capaci di farsi apprezzare sui mercati nazionali ed internazionali. In questa sezione troverete storie che rappresentano la filosofia che muove lo spirito
dell'imprenditore "Mad in Italy!".

Gianluca Faraone, responsabile Cooperative Libera Terra Mediterraneo
Abbiamo reso fertili le terre che erano della mafia.

La vera follia è pensare che le mafie non possano essere sconfitte: ne sono convinti Gianluca Faraone e tutti i membri dell’associazione Libera Terra Mediterraneo e per questo si impegnano ogni giorno in una battaglia difficile da vincere, ma non impossibile. Questa è solo una delle tante storie di imprenditori “Mad” che fanno grande l’Italia grazie alla forza delle loro idee.

Mad: Qual è stata l’idea Mad su cui è stata basata, alle sue origini, la costruzione di Libera?
GIANLUCA FARAONE: L’idea MAD che ha portato alla costituzione di Libera nel 1995, è stata un’idea del presidente di Libera Don Luigi Ciotti e cioè quella di parlare di ricostruzione, di uno Stato di diritto, uno Stato civile, uno Stato democratico basato sull’impegno dei singoli cittadini, in un momento difficilissimo come quello del dopo stragi, dopo la reazione terroristica della mafia, in particolar modo la mafia siciliana, legata alle cosche corleonesi, che aveva portato, tra l’altro, anche alla strage di Capaci e a quella di via D’Amelio, dove trovarono la morte i giudici Falcone e Borsellino e gli uomini e le donne delle scorte. Era un momento davvero terribile, in cui c’era molto scoramento, in cui famosa è quell’intervista del giudice Caponnetto che tra le lacrime diceva che non c’era più speranza; un momento in cui i maggiori esponenti delle istituzioni ed in particolar modo la magistratura venivano così duramente colpiti.
Fondare un’associazione come Libera sembrava davvero qualcosa di folle, soprattutto in determinati territori dove storicamente la presenza istituzionale era stata del tutto nulla o, addirittura, in alcuni casi connivente con il potere mafioso.
Libera nacque sulla base di questa intuizione, partendo dal presupposto che ciascun cittadino, indipendentemente dal suo ruolo e dalla sua posizione sociale ed economica, potesse e dovesse fare qualcosa, dovesse impegnarsi nella lotta alla criminalità organizzata.
Ci si rese conto che non era possibile affidare il contrasto alla criminalità organizzata, alla mafie in Italia soltanto al lavoro delle forze dell’ordine e alla magistratura, ma era indispensabile che ciascuno di noi si impegnasse nel proprio quotidiano.

Mad: Quali sono le difficoltà che hai riscontrato nel fare impresa in Italia?
GIANLUCA FARAONE: Ovviamente le difficoltà riguardano inevitabilmente gli aspetti legati alla sicurezza, alla presenza della criminalità organizzata sia dal punto di vista di una presenza fisica, militare, quindi come capacità anche di intervenire violentemente e brutalmente nei processi economici, ma anche come capacità distorsiva del mercato, perchè spesso le aziende che sono di proprietà dei mafiosi, che servono semplicemente al riciclaggio del denaro sporco, non devono sottostare ai principi dell’economia aziendale a cui sono sottoposte le normali aziende e possono permettersi di non avere quei problemi di bilancio che una normale azienda ha, possono immettere certi prodotti sul mercato a prezzi nettamente più bassi, possono coercitivamente crearsi delle clientele sul territorio e quindi costringere i clienti a rifornirsi presso l’azienda mafiosa.
Il problema dell’ordine, della sicurezza nel territorio e della presenza di imprese legate alla criminalità organizzata è una questione che riguarda tutti gli operatori; specialmente nel nostro caso, essendoci un interesse diretto della criminalità nel settore agricolo e nel contesto in cui noi operiamo, abbiamo subito dei contraccolpi diretti sulle attività che facciamo.
Un altro ambito sicuramente problematico è quello legato agli aspetti burocratici, legati a tutti gli adempimenti formali che spesso rappresentano un limite alla libera iniziativa imprenditoriale.
Poi ovviamente anche la questione servizi: ci troviamo in una regione dove si stenta ad avere i servizi più elementari come per esempio quello dei trasporti, i servizi della fornitura della corrente elettrica (parliamo appunto di zone rurali), le strade, la banda larga.
Ci sono tutta una serie di problematiche che riguardano la possibilità per un’azienda in certi contesti territoriali di poter restare sul mercato in maniera moderna, e queste sono le principali difficoltà che abbiamo riscontrato.

Mad: Qual è il senso, al giorno d’oggi, di lanciarsi in un’avventura che sfida apertamente il sistema di criminalità organizzata ormai cristallizzato nel nostro Paese e nel territorio siciliano in particolar modo?
GIANLUCA FARAONE: Il senso di lanciarsi in un’iniziativa di contrasto alla criminalità organizzata io credo che sia la modernità.
Oggi se il nostro Paese ma, in generale, se il nostro pianeta vuole avere un futuro, è necessario che si liberi dall’azione distorsiva, dall’azione degradante rispetto ai territori rispetto alla società, rispetto all’economia, rispetto alle democrazie, delle mafie, ovunque queste si trovino.
Purtroppo oggi dobbiamo constatare che è diventato anacronistico addirittura parlare della presenza della mafia nelle città del nord e prendere in considerazione che si tratti di un problema del sud quando appunto la mafia, che segue sempre i flussi economici, in realtà si è globalizzata.
Oggi possiamo parlare di mafia russa, mafia cinese, della mafia americana ovviamente, quindi stiamo parlando di un fenomeno che purtroppo ha assunto una dimensione globale, come è naturale che sia visto che le mafie seguono i flussi finanziari, seguono la ricchezza, seguono il denaro e lo fanno con i loro metodi che sono quello della sopraffazione, dello sfruttamento degli uomini e dell’ambiente.
Se noi pensiamo di poter restare dei Paesi liberi, democratici e che abbiano una prospettiva di sviluppo sostenibile, è impossibile che questo avvenga attraverso il contributo delle mafie.
Se c’è una speranza per il futuro, questa è incompatibile con la presenza e con l’azione delle mafie.
Quindi, lo ribadisco, il senso è proprio quello della modernità e della fiducia verso il futuro.

Mad: Perché, nonostante le difficoltà, avete deciso comunque di restare nel vostro e di rimanere in Italia e non fuggire all’estero?

GIANLUCA FARAONE: Abbiamo deciso di rimanere nel nostro territorio in Italia e non fuggire all’estero perché la lotta per garantire una prospettiva al nostro paese, alle nostre comunità, parte proprio dai nostri territori, parte dall’impegno civile che ciascuno di noi può mettere nei contesti che paradossalmente sono quelli poi più difficili, quelli più penalizzati.
A volte quando mi trovo a intervenire in certi contesti in cui in qualche modo è palese la sensibilità da parte di coloro che sono presenti sul tema della lotta contro la mafia, dico che non è tanto importante dirci in quel contesto le cose di cui tutti quanti ormai siamo convinti, ma è importante soprattutto uscire fuori dai nostri luoghi che sono appunti quelli del mondo dell’associazionismo antimafia, quello dei soggetti che in qualche maniera si sa che già che sono impegnati su questo fronte. È importante soprattutto uscire nel territorio e andare là dove queste cose che a noi sembrano assolutamente ovvie, cioè il fatto che la mafia impoverisce i territori, non crea le condizioni per il futuro e sfrutta e violenta le comunità, non sono prese in considerazione, e ci sono purtroppo vaste aree del mezzogiorno d’Italia e non soltanto dove è ancora importante affermarlo.
Quindi, la scelta di rimanere nel nostro territorio è legata al fatto che noi siamo profondamente attaccati alla nostra regione, al nostro paese e vogliamo in qualche maniera contribuire a dargli una prospettiva; attraverso il nostro umile impegno quotidiano anche noi vogliamo fare la nostra parte.
Per questo abbiamo deciso di restare in Italia.

Mad: Quali sono i risultati e i numeri che avete ottenuto con le cooperative di Libera Terra?

GIANLUCA FARAONE: I risultati, se confrontati all’economia nazionale, sono risultati molto piccoli, ma che sono estremamente significativi se invece prendiamo in considerazione il punto di partenza, e cioè lo zero assoluto.
Parliamo di una situazione in cui, nel 2001, quando è iniziato il progetto Libera Terra, erano presenti tantissimi beni confiscati in diversi contesti territoriali, ma che giacevano tutti in totale stato di abbandono. Parliamo di beni soprattutto  produttivi, quindi terreni, impianti produttivi, cantine, strutture agrituristiche, parliamo di una serie di strutture che, fino  a quando il mafioso garantiva a delle persone di poter lavorare, ovviamente secondo le regole della criminalità, comunque riusciva a distribuire della ricchezza per poter vivere nel proprio  territorio.
Dal momento in cui è intervenuto lo Stato con un’azione repressiva, assolutamente sacrosanta e anche efficace visto che questi patrimoni sono stati confiscati, tutto questo lavoro in qualche maniera è stato perso perché queste aziende sono state chiuse e non hanno più prodotto nulla.
Per cui per la mafia, per tanto tempo, è stato facile far passare ancora una volta il messaggio menzognero per cui finché c’è la mafia si può lavorare, si può avere una prospettiva, un futuro, mentre, nel momento in cui arriva lo Stato, arriva il nulla, arriva la mancanza di prospettive, di opportunità.
Grazie a Libera e grazie a tutti coloro che si sono impegnati sul progetto è stato possibile invertire questo messaggio e oggi restituire alla produttività tanti terreni, tante strutture produttive.
Oggi le realtà che confluiscono al consorzio Libera Terra Mediterraneo
garantiscono il lavoro a più di 100 persone in contesti territoriali difficili, aree economicamente depresse, dove, per altro in una fase di crisi, creare nuova occupazione ha un valore doppio o anche triplo.
Si è raggiunto un fatturato che nel 2010 è stato di 4 milioni di euro: non sono grandi numeri, però sono dei numeri formidabili su quel territorio dove le aziende chiudono e non aprono.
Complessivamente si gestiscono più di 600 ettari di terreno, 3 strutture agrituristiche; ci sono una cantina e un centro ippico; stiamo partendo in provincia di Caserta, a Castelvolturno, con un caseificio che produrrà mozzarella di bufala, un caseificio confiscato ai casalesi.
Quindi è un progetto che si sta allargando a macchia d’olio, dalla Sicilia anche ad altre regioni: alla Calabria, alla Puglia, alla Campania con altre cooperative che si stanno costituendo.

Mad: Qual è la maggiore soddisfazione dell’imprenditore, se così ti definisci, Gianluca Faraone?
GIANLUCA FARAONE: Mi considero cooperatore oltre che imprenditore, per me un concetto molto importante a cui tengo molto.
La maggiore soddisfazione che condivido con i soci della mia cooperativa e delle cooperative che aderiscono al consorzio è quella di non sentirsi parte del problema, ma sentirsi uno strumento che contribuisce alla risoluzione del problema.
La grande soddisfazione è avere costruito qualcosa che ci dà la possibilità di dire che in qualche modo siamo utili, non soltanto nel contrasto alla criminalità organizzata, diminuendo il consenso sociale attorno ai mafiosi nel territorio in cui sono più forti, ma soprattutto garantendo prospettive di lavoro a tanti giovani e a tante persone in territori profondamente svantaggiati come quelli in cui operiamo.
Io credo che sentirsi utili per la propria comunità sia la soddisfazione maggiore a cui io possa ambire.

Mad: Qual è la strada per far capire, secondo te, alle ragazze e ai ragazzi, che il lavoro di un’azienda agricola può essere più affascinante che lasciarsi coinvolgere dalle dinamiche malavitose?
GIANLUCA FARAONE: La strada è quella che abbiamo intrapreso e di cui siamo convinti e cioè quella della concretezza.
Purtroppo i contesti in cui è stata celebrata la lotta alla mafia sono dei contesti che sono stati riempiti da troppe parole e pochi fatti concreti e per cui la gente, ma soprattutto i giovani, si sono molto stancati e molto delusi, giustamente, delle parole.
Occorrono fatti concreti e il recupero produttivo e sociale dei beni confiscati è un fatto concreto. Che lo Stato, le istituzioni, attraverso il loro impegno, siano riusciti a sottrarre questi patrimoni ai mafiosi, a restituirli alla collettività e a renderli nuovamente produttivi di lavoro, di economia, di effetti sociali sul territorio, questo è un fatto concreto.
Credo che questa sia la strada migliore per poter coinvolgere e convincere le nuove generazioni che c’è un’alternativa; perché spesso certe scelte anche drammatiche vengono fatte per carenza di alternative.
Da questo punto di vista non è solo forza delle mafie, ma anche assenza da parte dello Stato nel garantire delle opportunità, delle possibilità di scelta in certi contesti territoriali e quindi fornire concretamente un’opportunità ai ragazzi di poter intraprendere delle scelte e delle strade diverse.

Mad: Visto che il progetto mad in italy racconta la storia delle persone, ci dici chi era Placido Rizzotto?
GIANLUCA FARAONE: Era un cittadino di Corleone poco noto per tanto tempo, ora più conosciuto grazie ad un’azione meritoria fatta da tanti storici, anche grazie a un film e poi, in ultimo, grazie al lavoro che svolgiamo, ora più noto.
Sicuramente per tanto tempo non si è conosciuta la storia di Placido Rizzotto, di Bernardino Verro, di tanti cittadini corleonesi che si sono sacrificati e hanno dato la vita nella lotta contro la mafia.
Corleone e i corleonesi in qualche maniera sono stati identificati con personaggi più fruibili dal punto di vista per esempio cinematografico, mediatico, come i vari Riina e i vari Brusca che, in realtà, del titolo di cittadini corleonesi non dovrebbero neanche onorarsi.
Placido Rizzotto era un giovane che, dopo aver combattuto le lotte partigiane nel nord Italia, ritorna a Corleone e diventa segretario della camera del lavoro della CGIL di Corleone.
Insieme ai suoi compagni costituisce delle cooperative di braccianti agricoli per l’occupazione delle terre incolte o mal coltivate e per richiedere l’applicazione dei decreti che stabilivano che queste terre, di proprietà di nobili feudatari che le avevano affidate ai mafiosi del territorio, visto che non venivano coltivate e non venivano utilizzate, dovessero essere ripartite ai braccianti agricoli.
Così facendo metteva in discussione un sistema di potere che era quello che consentiva alle famiglie mafiose, ogni giorno, nella piazza di Corleone, di esercitare un rito quotidiano: da un lato della piazza ci stavano i mafiosi, dall’altro lato della piazza ci stavano i braccianti agricoli; i mafiosi decidevano ogni giorno chi poteva andare a lavorare e chi no, quindi chi poteva andare a sfamare la propria famiglia, e parliamo di un’epoca come l’immediato dopoguerra in cui c’era molta povertà.
In genere coloro che non avevano diritto erano coloro che mettevano in discussione questo stato di cose.
Placido Rizzotto è stato assassinato il 10 marzo 1948 per mano di Luciano Ligio che era il boss di Corleone, proprio perché aveva avuto il coraggio di sfidare il potere mafioso in quel territorio di mettere in discussione queste condizioni.
Oggi la cooperativa che è intitolata a Placido Rizzotto gestisce alcuni di quei terreni per cui Placido Rizzotto si batté e noi, molto umilmente, ci onoriamo di portare il suo nome e di raccontarne la storia; così come attraverso il nostro impegno è orientato a realizzare dei prodotti con la maggiore qualità possibile; ma il nostro impegno viene firmato sempre con il ricordo di una vittima della mafia, proprio perché crediamo che il miglior modo di onorare la memoria delle vittime della mafia sia quello di impegnarsi quotidianamente facendo qualcosa contro la mafia.

Mad: perchè Gianluca ti senti mad in italy?
GIANLUCA FARAONE: Le cooperative costituite nascono attraverso un percorso particolare, ovvero per bando pubblico, e quindi sostanzialmente sono delle cooperative in cui i soci non si conoscevano il giorno prima di essere stati selezionati e che vanno a prendere possesso di terreni che, pur essendo stati confiscati sulla carta, in realtà molto spesso, o direi quasi sempre, continuano ad essere nella disponibilità delle famiglie mafiose nei vari contesti territoriali.
Io, insieme ai miei soci e ai soci delle cooperative che fanno questa scelta, in qualche modo una follia la facciamo perché si tratta di far partire un progetto d’impresa dal nulla, da zero, in una situazione di estrema difficoltà, perché fino a quando qualcuno non va a prendere possesso fisicamente di quei beni, i mafiosi continuano a detenerli.
E questo credo che richieda un certo livello di incoscienza e che richieda anche un slancio e una grande fiducia verso il futuro, una fiducia che noi abbiamo avuto come società cooperativa Placido Rizzotto e che stanno avendo ancora oggi i soci di quelle nuove cooperative che si stanno costituendo in tutti quei territori in cui sono presenti i beni confiscati.

Mad: Hai mai avuto paura?
GIANLUCA FARAONE: Bè, sì, penso che sia normale avere paura.
Devo dire che ci sono stati momenti di preoccupazione, momenti di difficoltà, che credo siano assolutamente normali.
Devo dire però che non mi sono mai sentito solo e questo è importante perché tutte le volte che sono accadute delle tragedie relative alla lotta alla criminalità organizzata, queste si sono verificate perché chi stava portando avanti una battaglia era stato lasciato solo.
La forza di questi progetti è proprio il fatto che non c’è nessun uomo solo, ma c’è una coralità di persone all’interno della cooperativa e anche all’interno dei corpi istituzionali, le forze dell’ordine, gli enti locali, il mondo dell’associazionismo, tutti quanti impegnati sullo stesso fronte. Questa è la grande forza di questo progetto che dà a tutti più coraggio.

Commenti

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  1. rick ha detto: Il 28 luglio 2014

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Abbiamo reso fertili le terre che erano della mafia.

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  • rick
    on 28 luglio 2014
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